In memoria di Fabrizio Fiumi

In memoria di Fabrizio Fiumi

Fabrizio e SergioHo sempre odiato le fiere espositive.

Stand, padiglioni e gente che si accalca per vedere, curiosare, fare domande.

Ti sono concesse due possibilità: subirle o rimanere imprigionati e sedotti dai suoi richiami.
È la stessa sensazione che provo entrando nei supermercati, regno del marketing d’avanguardia (a cui siamo assuefatti da tempo) dove la tua mente rimane imprigionata e, senza che te ne accorga, il riso parboiled e i pisellini primavera si insinuano nel tuo cervello con una forma che si armonizza ormai perfettamente con le nostre onde celebrali e, giorno dopo giorno, le modifica e plasma inesorabilmente.

La storia che vi racconto in questo editoriale non descrive caratteristiche di prodotto o finalità di marketing, ma narra semplicemente di un’amicizia, nata da una serie di eventi che si sono concatenati tra loro in modo sorprendente ed imprevedibile.

Le vicende descritte appartengono ad un passato oramai dimenticato: un tempo in cui la tecnologia era sì in grande evoluzione, ma noi avevamo ancora la capacità di stupirci perché la nostra mente era ancora vergine.

Quell’anno avevo deciso di andare allo SMAU, la fiera espositiva per eccellenza, non tanto per aggiornarmi su tutte le novità, ma per vedermi con i miei cugini: Laura che viveva a Milano e Francesco di Genova.
In quella fiera, per la prima volta la Microsoft aveva occupato, non un grande stand, ma quasi tutto un padiglione e questa era, almeno in Italia, una grande novità.

Entrati di buona mattina con in mano il depliant e la mappa della fiera, decidiamo con Francesco di visitare per primo il padiglione della Microsoft; l’idea era quella di visitare gli stand interessanti e poi decidere se rimanere o andare. Dopo un’ora non l’avevamo ancora trovato… Strano! Chiediamo in giro. Sembrava che tutti cercassero quel padiglione segnato in rosso sulla cartina, ma senza neanche un’indicazione: praticamente introvabile.
Finalmente un ragazzo ce lo indica:  era proprio lì, di fronte a noi, senza neanche un’insegna.
La topologia dello stanzone su cui si snodava il multistand era del tutto anonima: con scrivanie distanti tra loro, con uno spreco di spazio che faceva a pugni con tutto il resto della fiera. Che senso ha? Almeno potevano mettere un’insegna, un’indicazione… commentavamo, sotto la grande “I” di Microsoft che il nostro occhio, sprovvisto di grandangolo, non aveva notato.

Eravamo semplicemente non ancora abituati alle modalità strategiche del marketing, a cui noi adesso siamo del tutto assuefatti…

Faccio le mie domande ai loro tecnici sulla lingua araba e sulla concatenazione dei glifi, in uno stand in cui si sponsorizzava per la prima volta l’MSDN e dove elargivano consigli e davano supporto tecnico di ogni tipo gratuitamente! Eravamo allora molto distanti dall’open source e dalle modalità di sviluppo attuale, tutto questo sembrava inconcepibile.
Ci allontaniamo spossati e un po’ delusi da com’era andata la prima parte della giornata così decidiamo di andare al bar a prendere qualcosa. Lungo il tragitto l’occhio mi cade su un maxi schermo dove scorreva un film sottotitolato.

«Francesco, guarda, Univers 65 Bold, ne sono sicuro!»

Da dodici mesi lavoravo sempre sul primo film, consegnato l’anno precedente, a cui bisognava mettere dei sottotitoli: “Thelma e Louise”. Mi avvicino incuriosito dall’antialiasing, che appariva netto nel grande schermo, e comincio a commentarlo. Di dettaglio in dettaglio, ad un certo punto, riconosco il frutto del mio lavoro: tutto coincideva…
Ci sono dettagli che non possono essere replicati due volte: avevamo combattuto a lungo contro i cunicoli oscuri delle “a”minuscole o i corridoi lunghi e bui dei caratteri arabi, ed avevamo trovato una soluzione che era vincente e che aveva fatto preferire alla Warner Bros il nostro lavoro ad altri, l’opzione l’avevamo chiamata “light up the alley”.
Soltanto che allora non sapevo su cosa stavo lavorando; c’era una sigla, DVD, come altre che accompagnano da sempre i miei lavori per l’authoring, ma per me era solo una sigla. Neanche adesso ho modo di sapere cosa siano le sigle che accompagnano le consegne, ma spesso l’anno dopo diventano familiari oppure scompaiono prima di nascere e non entreranno mai nella nostra vita.

Mi avvicino e chiedo: «Di che si tratta?»
«È il DVD, contiene all’interno un intero film con sottotitoli e contenuti speciali! mi annuncia fiero il commerciale, dietro la scrivania del bancone, lo conosce?»
«Si…no, veramente no. È un CD praticamente!» dico deluso.
Il commerciale, stuzzicato il suo istinto promozionale, comincia ad elencarmi le meraviglie di questa nuova tecnologia che, partendo da un supporto apparentemente banale, permetteva attraverso una maggiore densità di dati d’inserire molte più informazioni e poteva inoltre essere letto da supporti hardware che avrebbero rivoluzionato il mondo del home-cinema.

A questo punto, come avviene sempre in questi casi, il mio cervello si era gradatamente spento ed il mio organismo aveva innescato l’autopilota. La voce del commerciale sfumava e la mia determinazione ad andare al bar era oramai del tutto matura.
Aspetto che finisca di parlare, lo ringrazio e con Francesco trascorriamo al bar tutto il resto della giornata sino al tramonto.

La mia mente, nel frattempo, andava a quasi due anni prima, al momento dell’incontro con  Fabrizio Fiumi.

In quel periodo, facevamo consulenze per la Quasar di Firenze; dopo un percorso variegato di commesse eterogenee delle più disparate che ci portavano dal controllo delle barre nei parcheggi, ai banchi di test dei giroscopi dei sommergibili della Whitehead di Livorno; dalle informazioni sui titoli di mercato per Caboto e Sigeco, ai tabelloncini informativi della metropolitana di Roma linea A; correndo appresso, soprattutto, ad un’azienda di Firenze per cui avevamo sviluppato per la prima volta il sistema eliminacode che si è ora evoluto in NextOne Solutions.
Sentivamo però la necessità di affrancarci dalla sudditanza dalla ditta di Firenze e cercavamo altri sbocchi, in cui le commesse dovevano essere prese da noi direttamente….la Quasar era il nostro primo tentativo.
Un giorno un suo socio mi dice che lui seguiva personalmente un cliente, uno che si occupava di cinema, ma era un’incombenza che nel tempo era diventata un po’ pesante e comunque non ci vedeva grandi sbocchi, mentre l’attività della Quasar era cresciuta e non aveva più tempo per altro. Per me, che cercavo situazioni nuove, invece, questa sembrava molto promettente. E così l’ho chiamato.

La voce di Fabrizio non era baritonale e tanto meno imperiosa, era una voce calda e rassicurante, una voce che metteva a proprio agio e portava subito verso l’essenza di quello di cui si stava discutendo. Così mi pone immediatamente al centro di quello che stavamo facendo: a lui serviva un aiuto, io ero disponibile; dovevo incontrarlo, il che significava trovare il posto e arrivare.
Tutto molto semplice. «Mi raccomando, la Classic Title System sta al 32 rosso, e a Firenze la numerazione rossa e nera segue due sequenze differenti, tutti si confondono, quella rossa è delle attività, la nera per le abitazioni, è pratico?»
«Veramente no, ma posso farcela.»
Al 32 rosso non riusicivo subito ad individuare Fabrizio; quando vedo un uomo di mezz’età (per me che avevo poco meno di trent’anni) con i capelli bianchissimi, il codino ed un viso interessante e rassicurante che si alza e salutandomi mi viene incontro contento.

Nel mondo del lavoro c’è molta competitività e molti sentono lo stress del bisogno di essere all’altezza del proprio ruolo.

Alla Classic Title System non era così. Con Fabrizio non era così.
Tutti si davano del tu e lavoravano insieme in una grande stanza, divisa in due livelli, con una chiostra interna in cui qualcuno aveva messo una sedia ed il computer. In basso c’era un deposito di macchinari per il cinema ed un elevatore che portava gli oggetti pesanti da sotto a sopra.
Il tecnico era Leo, barba e capelli lunghi ma non sciacannato come i miei insegnanti universitari. Io allora frequentavo, con calma, la facoltà di Informatica dove la maggior parte degli insegnanti, soprattutto quelli bravi, somigliavano a barboni più che a cattedratici e andavano in giro in bicicletta e motorino.

Per me quello era il luogo ideale. Senza tanti giri di parole, senza tante gerarchie (ovviamente anche un po’ in apparenza, ma fondamentalmente era così) si ponevano problemi e si risolvevano, si maneggiavano con calma e dolcezza situazioni complesse, che avrebbero fatto inorgoglire alcuni, per la loro natura, e spaventare altri.
La Classic Title System era una ditta nata su un brevetto di Fabrizio Fiumi per la sottotitolazione di film tramite codici a barre posti sulla pellicola. Questi azionavano un secondo proiettore, che sovrapponeva al film i sottotitoli, oppure li visualizzava su tabelloncini grafici sotto il grande schermo.
Tutti i festival, nel tempo, adottarono questo brevetto: da quello di Taormina, a Cannes, da Parigi dov’erano presenti due installazioni permanenti, a Lisbona. In quel periodo in Turchia, da dove con diverse vicende e con un giro largo aveva preso piede la storia, si trasmetteva con questo sistema un giro di film d’autore. Mi sentivo a casa.

Nel frattempo la Titlex, la sede gemella che stava a Los Angeles, lavorava per la Warner Bros alla traduzione dei sottotitoli in lingua. Tutti uffici piccolini, intendiamoci, forse solo la sede di Firenze aveva più gente, ma soltanto una decina di persone circa, le altre talvolta esistevano solo sulla carta, per la necessità di avere una ragione sociale sul posto. Più tardi, quella di Montreal diventerà grande.

In breve tempo, ho sviluppato il Tetatet (il cui nome doveva essere Tête-à-Tête, ma che non avevo colto e come semplificazione mentale lo avevo chiamato così e così è rimasto sin’ora con le sue versioni Plus e Light): un editor che permetteva di aprire più traduzioni, divise in box per i sottotitoli, con i timecode che determinano l’inizio e la fine della visualizzazione ed una serie di altri elementi.
Non esisteva ancora un supporto del genere, l’informatica allora era realmente giovane,  era il periodo del DOS che diventava Windows, e questo applicativo per Windows poteva ancora meravigliare; era comunque tutto funzionalità e niente fronzoli, ma con un aspetto grafico sufficientemente accattivante.

L’avventura inizia con un grande momento di paura.

La Warner Bros decide di mettere in concorrenza tutti quelli che lavorano per la sottotitolazione e stabilisce che soltanto uno di loro avrebbe coperto tutte le varie fasi del processo: dall’acquisizione e digitalizzazione del testo originale, alla traduzione e al rendering finale in formato grafico.
Fabrizio era preoccupato, la maggior parte dei soldi arrivava da lì. Per quanto riguardava il brevetto della sottotitolazione, bisognava ringraziare il cielo se l’attività era in pareggio; si trattava di un’iniziativa molto acerba su cui più che altro era necessario investire. Senza i soldi dell’attività della Warner Bros, il castello stava male in piedi. E comunque non c’era la disponibilità di grosse cifre per permettersi uno sviluppo strutturato.

Analisi di mercato, studio dei centri di costo, break even point, budget previsto, proiezioni sui ritorni, come nasce un’impresa?
Come stava nascendo questa attività?

È importante pianificare, ma un’attività nasce anche dall’intuito di un percorso e dalla sua realizzazione e Fabrizio aveva l’intuito di capire la meta, di cambiarla ed adattarla al volo nel caso servisse, e questo intuito lo accompagnava in tutte le fasi del percorso.
È questa la bussola. Non che le analisi non servano, ma i passi vanno fatti tutti, uno dietro l’altro, e per tutto il viaggio.
Fabrizio parte immediatamente per Los Angeles e, con il fiato sospeso, cominciamo a lavorare sul progetto.
Nel frattempo, io facevo una doppia vita, anzi una tripla vita…perché c’era anche la mia vera vita nel mezzo.
Di giorno lavoravo per l’Enel allo sportello unico: un’attività legata agli eliminacode, che permetteva l’interscambiabilità dei dipendenti tra backoffice, telefonico e punti di accoglienza; di notte, dal mio ritorno a casa, ero con Fabrizio nei suoi orari americani, tra i font e la grafica, ma tutto questo non mi pesava.
Fabrizio iniziava le sue telefonate parlando di noi: se ero felice, se era triste lui…

Lavoro e vita vera potrebbero non essere sempre così staccati tra loro, anche nel lavoro ci deve essere la vita reale.

Allo sforzo partecipavamo entrambi e la scommessa che c’era dietro non poteva che consolidare la nostra amicizia, o il nostro ricovero in un centro di cura. Era una scommessa veramente ai limiti della razionalità.

I quality check della Warner erano implacabili, ogni volta criticavano un dettaglio diverso; il ché faceva ricombinare il tutto e ricominciare da zero. Ad un certo punto Fabrizio non sosteneva più i costi, non i nostri, che lavoravamo sull’obbiettivo senza tutti gli ammennicoli aziendali di cui parlavo, ma delle sue aziende. Per tre giorni sospende le attività aziendali per fermare le spese e rimaniamo solo noi, con il fiato sospeso.
Lavoravo sino alle quattro di notte e mi alzavo alle sette, quando Fabrizio mi aspettava prima di andare a letto per darmi il resoconto del suo lavoro in modo che potessi continuare durante la sua notte.

Parallelamente mette in piedi un meccanismo diabolico: il film partiva da Los Angeles, dove si acquisiva la lingua originale, da lì era trasmesso a Firenze, dove si spezzettava e si smistava a tutte le sedi in Europa, processato a piccole sezioni. Appena finita la traduzione, le sedi trasferivano il materiale a Lisbona, dove il tutto veniva ricomposto e trasferito a New York, spezzettato nuovamente e inviato alle sedi americane, spottato (posizionati nel film temporalmente i sottotitoli) sempre diviso in piccole parti e trasmesso a Los Angeles. Lì veniva ricomposto e consegnato, completo in ogni sua parte, senza che avesse mai visto la notte.

Vinciamo la sfida.
La produzione del digitale della Warnen Bros passava tutta da noi.
In realtà passava da lui, ma nonostante tutta questa strutturazione sentivo che quello che ci stava intorno era a mia misura umana.
Da quel momento l’attività comincia a svilupparsi e ingrandirsi sempre di più. La Disney, l’Universal, le televisioni CNN, HBO, BBC per il captioning (i sottotitoli sulla televisione, spesso per i non udenti), sino ai nostri giorni con il Cinema Digitale, e-tunes su cui siamo stati i primi a fornire i sottotitoli nel loro nuovo formato, e tanti altri.

Ormai da molti anni l’attività è stata assorbita da una grande casa cinematografica che ha come obiettivo primario un’attività industriale legata al cinema, erogando una serie di servizi per altre case cinematografiche e relegando la propria produzione in secondo piano.
Noi siamo ancora lì, dopo vicende alterne, sempre come forza esterna, ma…

quello che rimane sempre nella mia memoria è l’amicizia con Fabrizio, mancato un anno fa circa, a cui dedico interamente questo editoriale.

Negli ultimi tempi Fabrizio aveva lasciato l’attività, oltretutto viveva la maggior parte del tempo in America. Per questo non ho avuto il modo di rimanere in stretto contatto con lui ma se si trovava in Italia, quando potevamo, ci ritagliavamo dei tempi per stare semplicemente insieme.
Attualmente la sottotitolazione è stata inclusa nel grande progetto DL3 che interessa tutte le produzioni cinematografiche. Nel tempo la nostra posizione nell’ambito della produzione per il cinema cambierà e le nostre attività ci hanno portato anche su altri lidi; ma dentro di me, nella mia percezione, la sottotitolazione è rimasta quella dei tempi dei pionieri, quella in cui trasferivamo i programmi da Pisa a Los Angeles con un modem da 14.400 e internet non era ancora presente.

Erano i tempi in cui l’amicizia contava un po’ di più, anche nel mondo del lavoro, specialmente quando partivi in due per affrontare una tempesta e quindi bisognava intendersi bene.

Sergio Borruso